Il processo di analisi secondo Freud-Klein Bion e Balzarini “Analisi Immaginativa”

Per Grostein nel libro “Chi è il sognatore che sogna il sogno?” L’analisi è un processo di trasformazione di un entità inconoscibile infinita/onnipotente in un’altra finita e conoscibile

Il processo di analisi come possibilità per il paziente di avvicinarsi attraverso la consapevolezza (insight) al proprio sé, ridimensionando il proprio narcisismo. L’analisi dunque come trasformazione profonda della personalità attraverso una struttura, un apparato per pensare i pensieri; il paziente in questo modo proverà a costruire un contenitore mentale capace di pensare i propri pensieri.

Bion dice che “non esiste un superamento narcisistico, ma un ridimensionamento, un provare a sentire la colpa che permette di riparare l’oggetto esterno, l’oggetto d’amore, perché distrutto”. Ridimensionamento anche dei meccanismi di difesa da rigidi ed ossessivi utili al paziente per non sentire il dolore, a dei meccanismi meno rigidi, volti ad una maggiore comprensione di sé e dell’altro. Comprendersi e comprendere l’altro. Provare con l’analisi a comprendere e riconoscere ciò che mi fa agire patologicamente.

Analisi come cura, che tende alla normalizzazione; “soffro, patisco però tollero”.

Analisi come separazione e differenziazione dall’altro, dal falso sé e come ridimensionamento narcisistico. Separazione intesa come tolleranza della delusione delle aspettative ideali che il soggetto ha su di sé e sull’oggetto (mamma/mondo/terapeuta), quindi ridimensionamento del narcisismo infantile. Se mostro la mia alterità, deludo le aspettative ideali, non c’è più compiacenza ma può rinascere la libertà di essere. Separazione intesa come elaborazione di un lutto o di una perdita e non solo persecutorietà di un oggetto frustrante.

Come dice Resnike “l’analisi è come la vita”. Analisi come per lo sviluppo del bambino, intesa come passaggio da una fase di rispecchiamento dove c’è un sostegno narcisistico del paziente (comprensione, accoglienza, funzione materna) per poi giungere alla funzione paterna (vertebrate, che permette il recupero dei genitori interni) che taglia il cordone ombelicale, che frustra ma che porta alla comprensione.

L’analisi processo che permette di trovare la propria identità; la verità del sé; ridimensionamento di immagini di sé. Creazione dell’identità in termini anche di separazione da una immagine di sé ideale, da quello che si crede di essere in termini di falso sé Winnicottiano e in termini di fraintendimento inconscio (Resnik) e perversione del pensiero (Bion).

Per Freud la psicoanalisi è un lavoro di presa di coscienza che ha come obiettivo quello di ridurre l’inconscio, cioè di portare l’inconscio alla coscienza. Ha anche una funzione esplicativa, nel ritrovare ciò che è perduto nell’inconscio. Tramite i segnali che ci pervengono dall’inconscio, e che si manifestano nei sogni, nei lapsus e nelle “libere associazioni” è possibile portare la consapevolezza là dove c’era la nebbia della rimozione.

Nelle “relazioni narcisistiche”, la persona proietta nell’altro le parti più cariche di angoscia, quelle evacuate perché intollerabili, in questo modo l’altro diventa la persona terribile che a livello conscio è colui che non si vorrebbe mai essere, ma a livello inconscio, invece, è colui che si sente di essere. Un eccesso di IP porterà alla scissione del sé, fino alla frammentazione nei casi crisi psicotica.

E’ fondamentale quindi che ci sia un giusto equilibrio tra IP (Identificazione Proiettiva)e II (Identificazione Introiettiva), in questo modo la persona si riappropria delle sue parti che aveva precedentemente proiettato all’esterno perché troppo angosciante, e andrà verso una buona integrazione della propria identità.

In una situazione proiettiva “normale” il soggetto proietterà all’altro un sentimento d’amore che ha per sé, dando origine ad un investimento di relazione affettiva, possono essere proiettivamente comunicati anche sentimenti negativi ma il soggetto si riconoscerà come colui al quale appartengono quei sentimenti. Introiettando aspetti positivi dell’oggetto, ricchi di qualità e nutrienti, la persona riacquisterà con le parti positive anche stima, valore e fiducia che attribuirà a se stesso . Così l’angoscia persecutoria provata nella posizione schizo-paranoide di cui parla Klein, diminuisce e aumenta l’integrazione del sé, migliorando il rapporto tra mondo interno ed esterno.

Secondo Bion nella seduta analitica deve emergere la verità. “L’uomo ha bisogno della verità come del cibo, la verità richiede un contatto con il mondo interno e con la sua esperienza emotiva, fonte di significato”.

L’analista trasforma le emozioni e le sensazioni del paziente in pensieri. L’emozione è l’espressione degli affetti. L’analista deve aiutare il paziente a ritrovare e identificare le parti scisse per collocarle ed integrarle dentro di sé.

Per Bion se la persona non riesce a rappresentare e quindi trasformare le emozioni in pensiero, queste vengono proiettate, tramite delle IP patologiche.

Il pensiero è sostenuto dal bisogno di conoscere la verità, la verità emotiva di chi si è e di cosa sta accadendo nella propria vita.

Secondo Bion la verità assoluta è inconoscibile (O), ma attraverso il terapeuta, la relazione con l’altro e quindi la dinamica tra ♂ e ♀, pian piano il paziente arriva ad avvicinarsi sempre più a conoscere il punto (O).

Bion parla di “cambiamento catastrofico” quando nel processo terapeutico il paziente avverte di dover cambiare tutti i punti di riferimento mentali, e i vertici di osservazione della esperienza.

“Io sono quello che sento di essere (emozionale, pulsionale, affettiva, amore/odio e conoscenza) o quella che credo di essere (inteso in modo razionale)”.

Per crescita psicologica si intende la crescita di conoscenza, e per permettere tale processo di conoscenza serve l’incontro con l’altro.

Per Terapia si intende poter sentire il proprio dolore. Guardare insieme le proprie sofferenze, per attribuire loro un nuovo significato, permette di poter accogliere quelle esperienze dandole un nuovo valore.

Se non è in grado di metabolizzare, di elaborare con la parola, vuol dire che il suo apparato per pensare i pensieri non riesce a digerire le esperienze. In questo modo il paziente “Pensa con l’intestino” cioè la mente è evacuativa.

Il pensiero è sostenuto dal bisogno di conoscere la verità, la verità emotiva di chi si è e di cosa sta accadendo nella propria vita.

Durante l’analisi, il terapeuta prova empatia nei confronti del paziente e valuterà se anche il paziente sarà in grado di essere empatico. Per empatia si intende la capacità di condividere, sperimentare i sentimenti di un’altra persona e di immedesimarsi senza confondersi nell’altro. Esso è un fenomeno inconscio ed è differente dalla “simpatia”. La “simpatia” è, invece, il sentire ciò che sente l’altro allo stesso modo e provare la stessa qualità emotiva dell’altro.

Alcune persone non costruiscono relazioni stabili perché non accettano la dipendenza ed il dolore della perdita, questo fa si ché non potranno avere degli strumenti utili per elaborarla.

Il lavoro terapeutico quindi consiste nel mettere in movimento le emozioni.

La prima parte della terapia consiste nell’instaurare una relazione, accogliere il paziente, entrare in empatia con lui, senza giudizio, affinchè si crei una alleanza terapeutica, una unione tra paziente e terapeuta. Bisognerà provare a vedere e constatare se il paziente è collaborativo.

Ad esempio se un paziente si trova di fronte ad una emozione che non riesce a vivere, deve liberarsene, un alleggerimento permette di sentire.

Durante la relazione si possono creare tra paziente e terapeuta diverse forme di dipendenza. E’ fondamentale che nella relazione si passi per la dipendenza affettiva come avviene tra il bambino e la propria madre affinchè si possa raggiungere una propria indipendenza emotiva, quindi provare ad essere se stesso senza mantenere una maschera per tutta la vita.

M. Klein, diversi sono i sentimenti presenti nella relazione madre/bambino e quindi analista/paziente. Ad esempio: L’avidità è un sentimento che sta alla base di chi non vuole legami. Il seno è l’oggetto più desiderato dal bambino. Il seno rappresenta la capacità contenitiva e nutritiva, luogo totale del nutrimento. Il seno è un oggetto desiderato, configurato anche in una visione negativa cioè invidiato e può essere saccheggiato. Il bambino può sentirsi insoddisfatto dal seno, inappagato. L’avidità è continuamente inappagata.

Il “sentimento di avidità”, deriva da un sentire una mancanza. Il bambino non si sente mai nutrito, mai soddisfatto, tende con l’avidità a svuotare e saccheggiare l’altro.

L’avidità comporta un non sentirsi soddisfatto, nemmeno di sé. Il paziente saccheggia il seno perché insoddisfatto, ma pensa che non si merita tutto questo.

Un bambino deve sperimentare di fare qualcosa perché c’è, e non perché se lo merita. Questo lo renderà soddisfatto. (es: ti amo non perché tu mi ami, ma perchè io provo questo sentimento gratuito verso di te.).

Tutti possediamo un senso di avidità. Quando i sentimenti sono intensi, l’avidità è distruttiva e si è nella posizione schizo-paranoide, allora c’è una forte angoscia ci si sente inappagati, mai soddisfatti, ma vendicativi.

C’è anche una “rivendicazione sana” che ha a che fare con una pretesa infantile quando la persona continua a lamentarsi, a dimostrare che non ha mai ricevuto nulla. I pazienti “rivendicativi” sono quelli che si lamentano quando vedono l’altro (terapeuta), si lamentano sia durante la loro assenza che durante la presenza, niente per loro va bene o è soddisfacente .

Un sentimento di cui parla Klein è la “gelosia”, sentimento condiviso da tutti. La gelosia configura il sentimento di perdita e di esclusione. È diverso dall’invidia.

La gelosia ha delle caratteristiche della fase orale, è un sentimento può essere distruttivo.

Nasce con la coppia genitoriale, il bambino pensa che non c’è un posto per lui. La gelosia fomenta un possesso ossessivo, é il desiderio di occupare un posto non proprio.

Può diventare possessiva e distruttiva (come nella tragedia di Otello che uccide Desdemona e non accetta ragioni).

Il sentimento più distruttivo è “l’invidia”, legato alla pulsione distruttiva e alla pulsione di morte. Per la Klein, l’invidia è un attacco al seno, non perché mancante o assente, ma perchè è buono. Con l’invidia il soggetto attacca la fonte dell’amore e della soddisfazione e avvelena gli elementi primordiali.

Si invidia ciò che si ammira, si ammira ciò di cui si è carenti e in questo modo lo si invidia. La persona non riesce ad identificarsi con l’oggetto materno ammirato, allora lo distrugge.

L’invidia può avere un’accezione positiva, quando la persona sente che il seno è nutritivo e riesce a prendere uno scambio.

L’invidia nasce da una relazione. Se il seno è troppo pieno di sé, e in questo modo il bambino non si sente “unico”, e non riesce ad essere onnipotente, allora prova invidia. Se la madre è troppo forte, il bambino prova impotenza e invidia.

Nello sviluppo normale, il bambino pensa di volere il seno ed il seno arriva, allora il bambino si sentirà onnipotente, pian piano però da una fase di illusione passerà ad una di disillusione, fase in cui capisce che il seno è altro da sé. Se il bambino comprende questo, può disilludersi. Ma se nel bambino non c’è una illusione, non può disilludersi, ma deludersi quindi attaccherà il seno con invidia.

Per Klein la difesa adottata dall’invidia è la svalutazione, svalutare ciò che si ammira fa diminuire il senso di invidia.

Se si prova invidia non c’è spazio per la gratitudine.

Klein parla della gratitudine, emozione importante affinchè la terapia proceda verso la propria strada. La “gratitudine” nasce dalla gratuità. Questo sentimento viene sentito quando si riconosce l’altro e si aprono le porte del cuore, ci si permette di accogliere ciò che l’altro dona, allora si è riconoscenti, e si può passare da PS a PD e quindi si è grati per ciò che l’altro ci da e fa.

La “Gratitudine” presuppone di riconoscere l’altro da me. Si può essere grati se la persona ha accumulato più esperienze positive rispetto a quelle negative, anche in terapia. La gratitudine è legata al riconoscere che l’altro ha dato delle cose e che queste possono essere tenute dentro, possono essere ricevute.

Un bambino o paziente che non riesce a tollerare la frustrazione non sente gratitudine. Per poter sentirla bisogna prima creare un legame, quindi una sana dipendenza, sentire i sentimenti, affrontarli e cambiare.

Con L’analisi Immaginativa, viene sospesa la funzione di realtà quindi tutto ciò che il paziente porta in seduta legato al mondo esterno equivale agli oggetti fantasmatici del paziente, quindi al suo mondo interno.

La restituzione del terapeuta avviene attraverso l’interpretazione, cioè viene costruito l’oggetto ricco di un nuovo senso. Il terapeuta funge da specchio e “ri-flette” le immagini proiettate dal paziente e nel “ri-fletterle” al paziente le trasforma in pensiero cosciente.

Nell’analisi Immaginativa per Balzarini il paziente deve imparare a tollerare la frustrazione e a non soddisfare immediatamente i propri desideri al fine di poter osservare durante il setting le modalità transferali incongruenti e disturbanti della relazione terapeutica.

Il progetto analitico consiste nel riuscire ad integrare la parte emotiva con quella più razionale, in modo che il paziente possa giungere ad un contatto con se stesso più vero e più creativo.